ITALIANO
UN MARE DI CONOSCENZA
MUSICA
IL MARE: LA FIGURA DI ULISSE DA OMERO A PRIMO LEVI
RELIGIONE IL MARE DI WAGNER
MEMORIA IL VASCELLO FANTASMA
GESÙ DORME IN MEZZO AL MARE
DEL IN TEMPESTA
VANGELO SECONDO MARCO 4, 35-41
FUTURO STORIA DELL’ARTE
LINGUA INGLESE IL RISCATTO DEL MARE
IL MARE PROTAGONISTA
UNDERSEA SONGS NELLE TELE DELL’800
YELLOW SUBMARINE
OCTOPUS’S GARDEN
BY THE BEALTLES
EDUCAZIONE TECNICA
STORIA UN MARE DI RIFIUTI
IL MARE D’ACCIAIO INQUINAMENTO MARINO DA PLASTICA
LA GUERRA SOTTOMARINA
GEOGRAFIA SCIENZE
Istituto IL MARE CHE UNISCE LE TERRE UN MARE DI
Comprensivo L’OCEANIA TESTIMONIANZE
“G. Fiorelli” I FOSSILI Francesco
Napoli Degl’Innocenti
Scuola media EDUCAZIONE FISICA III A
Statale LINGUA FRANCESE
NELLE PROFONDITA’ DEL MARE
LA FRANCE D’OUTRE-MER
LE IMMERSIONI SUBACQUEE
UNE BIODIVERSITÉ RICHE
ITALIANO
UN MARE DI CONOSCENZA
MUSICA
IL MARE: LA FIGURA DI ULISSE DA OMERO A PRIMO LEVI
RELIGIONE IL MARE DI WAGNER
MEMORIA IL VASCELLO FANTASMA
GESÙ DORME IN MEZZO AL MARE
DEL IN TEMPESTA
VANGELO SECONDO MARCO 4, 35-41
FUTURO STORIA DELL’ARTE
LINGUA INGLESE IL RISCATTO DEL MARE
IL MARE PROTAGONISTA
UNDERSEA SONGS NELLE TELE DELL’800
YELLOW SUBMARINE
OCTOPUS’S GARDEN
BY THE BEALTLES
EDUCAZIONE TECNICA
STORIA UN MARE DI RIFIUTI
IL MARE D’ACCIAIO INQUINAMENTO MARINO DA PLASTICA
LA GUERRA SOTTOMARINA
GEOGRAFIA SCIENZE
Istituto IL MARE CHE UNISCE LE TERRE UN MARE DI
Comprensivo L’OCEANIA TESTIMONIANZE
“G. Fiorelli” I FOSSILI Francesco
Napoli Degl’Innocenti
Scuola media EDUCAZIONE FISICA III A
Statale LINGUA FRANCESE
NELLE PROFONDITA’ DEL MARE
LA FRANCE D’OUTRE-MER
LE IMMERSIONI SUBACQUEE
UNE BIODIVERSITÉ RICHE
IL MARE: MEMORIA DEL FUTURO
INTRODUZIONE
Il pianeta Terra è ricoperto per il 70% da acqua di cui il 97% sono mari e oceani, nei
cui abissi la vita ha avuto origine con le prime forme di organismi unicellulari, i quali
si sono evoluti in esseri viventi marini e terrestri.
Sin dall’inizio dei tempi, gli uomini hanno compreso l’importanza del mare e vi
hanno fondato vicino le prime civiltà, in quanto fonte di sostentamento e di
comunicazione tra i vari popoli.
Le risorse ittiche hanno da sempre fornito nutrimento agli uomini i quali si sono
specializzati prima nella pratica della pesca e poi del commercio. Per fare ciò, hanno
costruito imbarcazioni capaci di solcare i mari più tempestosi, attraverso i quali
hanno raggiunto le diverse aree della Terra.
Dal mare proviene metà dell’ossigeno che respiriamo, è il nostro polmone blu,
quello più antico, il mare è il calore che ci rinfranca, è l’acqua che ci ristora, è anche
fonte di elettricità “pulita”, il mare è energia pura.
Spazio senza confini in costante movimento, in profondità silenzioso ma dagli infiniti
suoni, in superficie il mare ha mille facce, non è mai lo stesso.
Il mare rappresenta un’inimitabile opportunità di conoscenza e di sviluppo per gli
uomini ma questa distesa blu colma di mistero che ha da sempre attirato a sé gli
uomini conquistandoli e ammaliandoli richiede una cura particolare nel conservare e
nel valorizzare la sua immensa fonte di vita.
“Il mare incanta, il mare uccide, commuove, spaventa, fa anche ridere, alle volte,
sparisce, ogni tanto, si traveste da lago, oppure costruisce tempeste, divora navi,
regala ricchezze, non dà risposte, è saggio, è dolce, è potente, è imprevedibile. Ma
soprattutto: il mare chiama.” (Alessandro Baricco)
…e dice: “Sei pronto?”
"Al di là del porto c’è solo l'ampio mare",
dichiara Pessoa, in una delle sue poesie, quelle stesse parole che, da sempre si è detto il
marinaio che, nel liberare l'ancora, liberava se stesso dal Luogo Noto per cercare il Luogo Nuovo,
quello del riscatto, dello spazio dell'essere e del sentire.
Mettersi per il mare aperto significava non già inseguire Chimera, bensì non smettere di
navigare fino a quando non si toccano le rive di Utopia. Perché il senso della vita esige impegno
e ostinazione, significa risalire la corrente, reggere ai marosi, ripescare vite naufragate, ridare il
nome a relitti arenati tra gli scogli.
La grandezza di Ulisse non è nel volare, lui così saggio, in modo insano alla ricerca dell'Assoluto.
La grandezza di Ulisse risiede, al contrario, nel non dimenticare la vita: mai. La grandezza di
Ulisse consiste nel riconoscere e riconoscersi nella realtà e non scambiarla nel sogno.
Non è un caso, dunque, che Ulisse, nel corso dei secoli sia diventato un topos letterario. E non
già per il " folle volo ", ché già gli Argonauti l'avevano compiuto, quanto piuttosto per
l'ambiguità del suo essere. Per la contraddittorietà del suo agire, per la consapevolezza via via
acquisita della caducità umana.
Da Pindaro, che sottolinea la scaltrezza ferale di Ulisse nei confronti di Palamede, a lui rivale per
sagacia, a Sofocle che nell'Aiace rappresenta il malinconico riconoscimento del valore nemico,
fino ai frammenti di Euripide, in cui emerge a tutto tondo Ulisse come figura di ingannatore,
nell'eroe greco sono state scolpiti i tormenti dell'Uomo, il viaggio interminato che ognuno di noi
compie. Dalla nascita. Partendo da un porto a lui sconosciuto.
Perché alla luce dell'etica cristiana, in Dante, o dell'esilio in Foscolo, o nell'esaltazione del gesto
eroico in Tennyson, o nel ripiegamento della memoria in Pascoli, o nell'opposizione tra la
mediocrità del quotidiano e le aspirazioni all' oltre/ordinario in Joyce, passando per la visione
superomistica di D'Annunzio o ironica di Gozzano o introspettiva di Saba, o ancora promettente
di Kavafis fino alle tragiche conclusioni in Levi, resta nel cuore e nella mente di ognuno di noi, la
memoria di Ulisse come colui che, traboccante di audacia e curiositas, segnato dall'arroganza e
dal dolore, non smette mai di cimentarsi con se stesso.
E di cercare. La vita.
Nell'immaginario dell'uomo moderno la figura di Ulisse è il simbolo della ricerca del
sapere, è colui che instancabilmente cerca nuove strade e sposta in continuazione i
traguardi di quel suo inarrestabile viaggio verso ciò che è ancora sconosciuto. Un viaggio
(Nostos) lungo e non privo di pericoli divenuto la metafora del vivere soprattutto come
predisposizione al conoscere e allo scoprire.
Ulisse ha incarnato la peculiarità più alta dell’essere umano: l’intelligenza. Dote che
Odisseo (secondo la denominazione greca) esprimeva in ogni azione, decisione o passo
della sua vita.
Nell’Odissea di Omero, Ulisse è l’eroe scaltro e intelligente, che sa sfruttare gli
strumenti della civiltà per sconfiggere i rivali, è l’eroe del viaggio e dell’avventura,
uomo temerario e curioso.
Marito fedele e guerriero modello, dopo aver ideato la strategia vincente del cavallo di
legno è costretto a perdersi più volte nelle correnti marine. Questa è la punizione
inflittagli per aver causato la sconfitta dei troiani: il suo errare durerà dieci anni e il suo
destino è in balia dei capricci divini. Solo dopo aver accecato Polifemo e aver sconfitto i
Lestrigoni, solo dopo essere sfuggito a Scilla e Cariddi e dopo aver abbandonato le
candide braccia della bella Calipso, solo dopo aver superato molti altri ostacoli Ulisse può
tornare a Itaca. Il ricongiungimento con Penelope avverrà però solo dopo la sconfitta dei
Proci e la liberazione dell’isola.
Ulisse mantiene nelle sue avventure la sua umanità, ancora oggi questo personaggio ci
affascina proprio perché possiede come noi debolezze e difetti, non è un eroe perfetto o
il re delle imprese, in quanto non intraprende il suo viaggio per essere eroe, ma per
conoscere nuovi mondi. Tuttavia, si trova sempre in bilico fra il suo essere umano ed il
voler raggiungere e conoscere il divino. E’ quindi un eroe vero e proprio quando desidera
profondamente andare oltre i limiti dell’umano: pur essendo pienamente consapevole di
quei limiti, non ne ha paura, tanto che Seneca lo definirà insieme a Ercole “vincitore di
ogni genere di paure”.
Il significato del viaggio di Ulisse è quindi puramente esistenziale, le sue disavventure
sono momenti della sua vita in cui può mettere alla prova il proprio ingegno affinché
possa approdare in quel porto sicuro che è Itaca, sono occasioni soprattutto per scoprire
la propria identità ed imparare a gestire il proprio dolore.
Non è un caso che il viaggio di Ulisse si compia per mare, elemento impervio e misterioso
ma anche fonte di vita e di riflessione, e che l’elemento fantastico sia così presente lungo
tutta la traversata, proprio a simboleggiare la voglia di conoscere qualcosa di estraneo,
addirittura che si riteneva inesistente.
Ulisse vuole affermare un’idea di uomo che crede in se stesso, un uomo che fa
affidamento esclusivamente sulle sue qualità.
“Narrami, o musa, dell’eroe multiforme, che tanto
vagò, dopo che distrusse la Rocca sacra di Troia:
di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri,
molti dolori patì sul mare nell’animo suo,
per riacquistare a sé la vita e il ritorno ai compagni.”
(Proemio dell’Odissea)
Omero per descrivere Ulisse usa l’epiteto politropo (πολύτροπον), ovvero multiforme.
A questo attributo si devono tutte le numerose vite di Ulisse, che ha attraversato, da
Omero in poi, tutta la letteratura europea di ogni tempo, ha viaggiato per mari ora
burrascosi ora pacati per secoli e secoli. Da Dante in poi Ulisse è costretto a riprendere
il mare all’infinito, condannato a un eterno ultimo viaggio, verso mete sempre più
lontane e straordinarie, oltre ogni limite conosciuto, in uno slancio irrefrenabile che a
volte lo allontana dall’Odisseo omerico, anche se recupera e variamente rielabora i suoi
molteplici aspetti.
L’Ulisse di Dante Alighieri è un personaggio diverso. Dante rilegge la sorte dell’eroe
omerico secondo le categorie proprie della cultura cristiana.
Nella Divina Commedia, Dante condanna Ulisse all'Inferno nell'ottava bolgia, tra i
consiglieri fraudolenti, coloro i quali, facendo leva sulle proprie capacità dialettiche,
riuscirono a portare amici, parenti o compagni di avventura verso il proprio egoistico
obiettivo.Ulisse è avvolto in una fiamma eterna insieme al compagno d’armi Diomede.
In una sorta di excursus sulle vicende post-ritorno Dante, infatti, racconta di come Ulisse
e i suoi compagni, dopo un periodo relativamente breve di stabilità decisero di partire
alla volta delle colonne d’Ercole (attuale Stretto di Gibilterra)che, secondo la mitologia,
furono poste dagli dei, affinché gli uomini non andassero oltre.
Quando Dante, attraverso Virgilio, chiede all’eroe il perché di questa impresa che sapeva
essere altamente pericolosa e gli rammenta che, ad Itaca, possedeva già tutto ciò di cui
aveva bisogno, Ulisse, risponde:
« “O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. »
(Divina Commedia vv. 112-120)
L’eroe epico mostra la sua debolezza di uomo, raccontando ai due insoliti visitatori di
quella brama di sapere che lo aveva spinto a peccare e trascinare nel medesimo errore i
suoi compagni di viaggio. Attraverso la sua “picciola orazione” riuscì infatti a persuadere i
suoi a seguirlo nella sconsiderata impresa: togliere ogni restrizione al sapere,
pretendendo di scoprire ciò che si nascondeva dietro il non consentito.
Quello che emerge con maggior forza nel canto XXVI non è quindi la colpa di aver frodato
con le proprie capacità dialettiche ma il suo “folle volo”, folle perché destinato, fin dalla
sua concezione, al fallimento.
“Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque
Alla quarta levar la poppa in suso
E la prora ire in giù, come altrui piacque
Infin che l’mar fu sopra noi richiuso.”
(Divina Commedia vv. 139-142)
narra l’Itacense, chiudendo dialogo, storia e canto. Superate le colonne d’Ercole, infatti,
giunge fino alla vista della montagna del Purgatorio, ma qui una terribile tempesta,
strumento della giustizia divina, inghiotte per sempre la sua nave.
Dante non condanna il desiderio di conoscenza dell’uomo, ma la sua ricerca deve
necessariamente proseguire in compagnia di quella virtù che può sconfiggere la superbia:
l’umiltà. Il peccato di Ulisse è infatti quello di non aver tenuto conto di quei limiti, non
rispettando il suo posto nel mondo di uomo a cui non è dato sapere tutto. Inoltre,
Secondo Dante questo folle volo dimostra proprio come l’essere umano senza un
supporto divino non ha alcuna possibilità di successo.
Ulisse non ha riconosciuto i suoi limiti. Ha tentato di sollevare l’estremo velo, del tutto
in balìa della superbia e dell’eccessiva fiducia nel suo ingegno. La sua sete di
conoscenza si è trasformata da positiva in negativa.
L’eroe greco, nella sua sfida alle forze della natura, ha perso, ed è sprofondato
nell’oceano.
Ulisse compare in uno dei sonetti più celebri di Ugo Foscolo, A Zacinto, in cui l’eroe
omerico è tornato finalmente a casa “bello di fama e di sventura” e può finalmente
baciare la sua “petrosa Itaca”.
Foscolo rilegge il mito di Ulisse in chiave romantica affrontando il suo viaggio come un
esilio. E’un tema infatti tipicamente romantico quello di un errare senza approdo che si
conclude con la morte in terre lontane e sconosciute. L’eroe romantico, sentendosi
sradicato da una società in cui non si riconosce, vive una condizione di smarrimento e
incertezza e ama rappresentarsi come un esule, un estraneo al mondo, condannato dal
destino a un perenne vagabondare, alla sconfitta, alla solitudine, all’infelicità.
Foscolo e Ulisse sono uniti da un crudele destino comune: il viaggio doloroso e l'esilio, la
lontananza dalla terra che li ha visti nascere, dal luogo dei più cari affetti, l'avventura
incerta del ritorno.
Questa terra per Ulisse è Itaca, dove ritroverà Penelope ed il figlio Telemaco. Zacinto
(Zante) è invece la terra natale di Foscolo, dalla quale il poeta partì in esilio volontario
quando fu ceduta agli austriaci da Napoleone.
Ma solo Ulisse riesce a tornare, per il poeta c'è come il presagio di un distacco definitivo
dalla sua terra: "a noi prescrisse il fato illacrimata sepoltura" dice Foscolo negli ultimi
versi del sonetto. La sua morte non sarà compianta dalle persone care.
All’ambiente culturale romantico appartiene anchel’Ulysses del poeta inglese Alfred
Tennyson. Il testo è un monologo dell’eroe che, tornato in patria, nonostante sia anziano,
non riesce ad abituarsi alla nuova vita.
In questo Ulisse ritroviamo il bisogno di ripartire, di ricominciare. Il re ad Itaca, seduto
davanti al suo focolare, si sente svogliato e debole, richiamato da un destino che non è
quello di governare gente selvaggia.Grandi gioie e dolori hanno caratterizzato la sua
esperienza, la vita va sperimentata fino in fondo, attraverso nuovi viaggi e conoscenze.
Fermarsi, porre un limite alle esperienze sarebbe stupido ed insensato, il negarsi il rischio
dell'avventura diventa sinonimo di una vita che non splende come dovrebbe e potrebbe.
L'animo del resto arde e desidera nuove prove; sarebbe indegno non rispondere a tale
richiamo interiore e per pochi anni risparmiare se stessi.
Egli sa di non essere più l’ uomo di un tempo ma è pure conscio del fatto che, se la forza
fisica cambia, il carattere forte degli eroi non muta. Ulisse dunque si sente capace di
affrontare le nuove scoperte che il viaggio porta con sé, senza arrestarsi di fronte ai
pericoli ed all'idea stessa della morte in mare.
“Com’è sciocco fermarsi, finire,
Arrugginire non lucidati, non brillare nell’uso!
Come se respirare fosse vivere!”
“……..e vile sarebbe
Per tre soli anni ammucchiare e accumulare io stesso,
E questo grigio spirito bramare nel desiderio
Di seguire la conoscenza come una stella cadente,
Oltre il limite più estremo dell’umano pensiero.”
Ulisse lascia la cura di Itaca al figlio e parte per un altro viaggio verso l’ignoto.
Mentre Dante lega Ulisse ad un giudizio morale negativo, Tennyson vede l’eroe
romantico per eccellenza, l’uomo che vuole spingersi oltre i limiti imposti ed affermare
se stesso.
In Pascoli Ulisse è il protagonista di L’ultimo viaggio, uno dei Poemi Conviviali e diviso in
24 brevi canti.
L’opera racconta l’ultimo periodo della vita di Odisseo: dopo essere tornato ad Itaca e
aver vissuto per nove anni nella sua isola sognando continuamente il mare, invecchiato e
spinto dalla nostalgia, decide di voler rivivere le sue imprese passate, in quanto il ricordo
si sta in lui affievolendo, non riesce ormai a distinguere fra la sua memoria ed i suoi sogni
e parte, insieme ai suoi vecchi marinai, per rivisitare i luoghi delle sue avventure.
Tuttavia, Ulisse scopre che tutto è cambiato: non incontra più le creature in cui si era
imbattuto in passato, Polifemo e i ciclopi, Circe e, credendo che queste siano state frutto
della sua immaginazione, cerca una conferma avvicinandosi all’isola delle sirene. Le
sirene però non intonano alcun canto. Al passaggio di Ulisse e dei suoi uomini
rimangono immobili e mute. Solo quando oramai si è avvicinato, un’amara verità attende
Ulisse. Quella a cui si sta avvicinando è un’isola sovrastata da un mucchio di ossa umane,
ma non è opera di creature ingannatrici. Si tratta bensì di un’immensa scogliera contro la
quale si sono scontrati miliardi di navi e quella di Ulisse è la prossima.
“«Solo mi resta un attimo. Vi prego!
Ditemi almeno chi sono io! chi ero!».
E tra i due scogli si spezzò la nave.”
(Da L’ultimo viaggio- canto XXIII)
Ulisse rivolge alle sirene un’ultima domanda, estrema dimostrazione della sua sete di
conoscenza: “Ditemi almeno chi sono io! Chi ero!”. Tuttavia, non ottiene risposta. La sua
nave si sfascia contro gli scogli e, spezzatasi, è ingoiata dall’acqua così come nell’episodio
dantesco.
Il corpo di Ulisse è trasportato dalle onde del mare sull’isola di Calypso, l’unica che
davvero esiste ma l’eroe non lo saprà mai.
Il poema si chiude con la dea Calipso:
“Ed ella avvolse l’uomo nella nube
dei suoi capelli; ed ululò sul flutto
sterile, dove non l’udia nessuno:
– Non esser mai! non esser mai! più nulla,
ma meno morte, che non esser più! “
(Da L’ultimo viaggio canto -XXIV)
Per l’uomo sarebbe meglio non nascere e restare per sempre nel nulla, piuttosto che
attendere tutta la vita la morte perché la vita non ha altri approdi o porti se non quello
fatale.
Il viaggio di Ulisse in Pascoli segna la fine delle sue illusioni, la rassegnazione
all’amarezza della realtà, poiché la sete di sapere si trasforma nella consapevolezza che
nessuna conoscenza certa è possibile. Così Pascoli trasforma l’Ulisse omerico nell’eroe
della sconfitta, nell’uomo del ‘900 dominato dall’ansia e dall’angoscia perché non riesce a
cogliere il senso delle cose.
L’acqua e il mare, come già in Dante, sono il tramite tra l’uomo e l’ignoto, che Ulisse
vuole colmare e per farlo deve riprendere la navigazione, ossia deve continuare a vivere.
Dunque, il mare come fonte di conoscenza. Ma, a volte, il mare non perdona.
Nella poesia L’incontro con Ulisse, tratta dal poema in 21 canti Maia, Gabriele
D’Annunzio immagina di imbattersi in Ulisse, in occasione di un viaggio in Grecia. L’eroe,
contraddistinto da tenace forza di volontà, è alle prese con le vele e porta con sé l’arco
della vendetta, simbolo di potenza fisica, così grande che nessuno al di fuori di lui è in
grado di tenderlo.
«o Re degli Uomini, eversore di mura, piloto di tutte le sirti, ove navighi? A quali
meravigliosi perigli conduci il legno tuo nero? Liberi uomini siamo e come tu la tua scotta
noi la vita nostra nel pugno tegnamo, pronti a lasciarla in bando o a tenderla ancóra. Ma,
se un re volessimo avere, te solo vorremmo per re, te che sai mille vie. Prendici nella tua
nave tuoi fedeli insino alla morte!»
L’eroe è visto come un capo, una guida per quanti vogliono condurre una vita al di
sopra della mediocrità, per quanti intendono essere artefici della propria esistenza.
Il poeta e i compagni gli domandano di accoglierli sulla sua nave. Come Ulisse ha in mano
la cima che governa la vela che è libero di dirigere dove crede, allo stesso modo il poeta e
i suoi compagni si dichiarano liberi e disposti ad affrontare nobili imprese. Ma Ulisse non
si degna neppure di volgere il capo: le voci e le grida di quegli uomini comuni risuonano al
suo orecchio come schiamazzo di fanciulli.
D’Annunzio si sente l’unico che possa stare alla pari con l’eroe e chiede di essere
sottoposto proprio alla prova dell’arco: è pronto a morire se non la supererà; in caso
contrario il poeta si accompagnerà a Ulisse alla pari, diventando così anche lui modello di
superuomo e simbolo del desiderio inquieto di agire.
Uno sguardo abbagliante Ulisse rivolge al poeta, che ne trae motivo di orgoglio e il
presagio d’essere destinato anche lui a imprese eccezionali.
Innovativa e complessa è l’opera Ulysses dello scrittore irlandese James Joyce, divisa in
tre libri (Telemachia, Odissea, Nostos); è la storia di semplici uomini e donne irlandesi che
vagano, per un motivo o per un altro, nella caotica Dublino d’inizio secolo. In particolare i
personaggi su cui si focalizza l’attenzione sono Leopold Bloom, Stephen Dedalus e la
moglie Molly. Ogni capitolo, legato ad una situazione diversa, è messo in parallelo con un
evento o con un’avventura dell’Odissea di Omero. E’ chiaramente espressa la distanza
tra la mediocre realtà contemporanea e la grandezza eroica del mondo greco.
Anche nella sua Odissea come nell’originale il viaggio dell’uomo moderno è un
viaggio dentro se stesso, una scoperta della propria identità che si definisce e
arricchisce sulla base di ciò che di nuovo vede e scopre. Inoltre, come Omero, Joyce
scrive un’opera che costituisce un’ enciclopedia della sua epoca: come l’Odissea riflette i
drammi della Grecia del tempo, anche l’Ulisse mostra una Dublino del ‘900 in tutte le sue
problematiche.
In Ulisse di Umberto Saba, il viaggio dell’eroe omerico rappresenta la vita del poeta,
sempre alla ricerca di esperienze nuove ed avvincenti.
“Oggi il mio regno è quella terra di nessuno. Il porto accende ad altri i suoi lumi; me al
largo sospinge ancora il non domato spirito, e della vita il doloroso amore”
Mentre alcuni si rifugiano nella sicurezza del porto, accettando le cose come sono senza
mettere in dubbio le proprie certezze, il poeta si spinge verso il mare aperto, pronto a
mettersi in gioco e a correre dei rischi, a continuare a navigare, nonostante le tempeste.
Il “non domato spirito” accomuna il poeta alla figura di Ulisse, entrambi non si
accontentano di vivere in maniera passiva e acritica ma desiderano andare oltre.
Il poeta scrive i testi di Mediterranee mentre osserva da lontano la sua Trieste sconvolta
dai disordini postbellici (si trova infatti a Roma). Le tematiche principali sono pertanto, da
una parte, un profondo senso di lontananza dal luogo che ha rappresentato per Saba
l’origine della vita, dall’altra, una meditazione sul tempo che passa e va vissuto sempre al
massimo.
Una lettura molto diversa è L’ipotesi di Guido Gozzano, in cui lo scrittore ricorda le
imprese eroiche compiute da Ulisse ridicolizzandole. Gozzano disegna l’eroe come un
uomo che dà scandalo, lontano dall’esempio di coraggio, curiosità e determinazione
dell’Ulisse classico.
Il poeta immagina di discutere con amici di vari argomenti e il discorso cade sul “Re di
Tempeste” Odisseo.
Il racconto si risolve in una parodia della figura di Ulisse: l’eroe omerico è infatti
rappresentato come uno scapestrato, marito infedele, che vive su uno yatch tra allegre
donnine e brigate; le sue eroiche traversate sono diventate viaggetti di piacere verso
località esotiche e la sua ricerca di avventura desiderio di avventurette. Decide poi di
andare in America a cercar fortuna, ma sbaglia rotta e si ritrova davanti al monte del
Purgatorio, dove la nave fa naufragio “e Ulisse piombò nell’inferno dove ci resta tuttora”.
Ulisse non è più "Il Re di Tempeste" omerico, né l’uomo assetato di conoscenza di
Dante, né il superuomo d’annunziano, ma un mediocre uomo qualunque avido di beni
materiali. Questo Ulisse simboleggia il crollo dei valori che il poeta vede nella società in
cui vive.
In Itaca di Konstantinos Kavafis il poeta racconta l’esperienza del viaggio come meta
reale del viaggiare.
Ciò che conta non è la meta ma il viaggio che dobbiamo fare per arrivarci. Per questo
motivo non si deve avere fretta: “Se ti metti in viaggio per Itaca/augurati che sia lunga la
via,/piena di conoscenze e d’avventure”.
E soprattutto non bisogna temere “Lestrigoni e Ciclopi”, i veri mostri sono quelli che
portiamo dentro noi stessi. Senza paura dobbiamo augurarci che la strada sia lunga. Non
importa che Itaca non ci offra nulla, Itaca ci ha “donato il bel viaggio”. E viaggiando ci
siamo arricchiti. Per capire “cosa vuol dire Itaca” non bisogna pensare alla meta ma alle
esperienze compiute per raggiungerla.
Il viaggio verso Itaca diventa un invito rivolto agli uomini a coltivare il sapere, ad essere
sempre curiosi verso il mondo circostante e a guardare con fiducia alle esperienze
future, senza temere “Lestrigoni e Ciclopi”, che rappresentano semplici difficoltà
passeggere. Un messaggio rivolto quindi all’Ulisse che è in noi, allo spirito di curiosità
insito nella natura di ogni essere umano, l’unico in grado di offrirci la ricchezza dello
spirito.
E proprio con questa particolare interpretazione è presente l’eroe greco nel capitolo
Il canto di Ulisse in Se questo è un uomo di Primo Levi.
Durante l’esperienza di abbrutimento e spersonalizzazione del lager nazista, il poeta e il
suo compagno di sofferenze vengono come illuminati dalle parole del canto dantesco:
“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. »
Quella famosa terzina dantesca acquista un valore speciale per Primo Levi: nei lager si
vive come “bruti”, la “semenza” umana e l’essenza dell’uomo sono continuamente
calpestate e virtù e conoscenza sono delegate a rari ed improvvisi attimi di pace.
Durante un’insperata ora di libertà, Primo Levi e il suo giovane amico francese Jean
hanno la possibilità di parlarsi e di raccontare l’uno all’altro ciò che pensano sia più
importante di sé e del proprio mondo.
“….il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente: ma non abbiamo tempo
di sciegliere, quest’ora già non è più un’ora.”
Primo Levi tenta di ricordare disperatamente i versi di Dante e, mentre cerca di
raccontare, di tradurre e spiegare i versi, si rende conto che la figura di Ulisse, che
all’inferno ha il coraggio e la forza di ricordare agli uomini quale sia la loro vera natura,
riguarda anche lui e Jean e tutti gli uomini che come loro soffrono.
Ecco il messaggio di Ulisse arriva forte e chiaro: vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo
della propria esistenza. Ma solo chi ha provato la devastazione di tale esperienza potrà
dire al mondo intero di essersi avvicinato, più di tutti, al senso della vita.
Solcare sempre a vele spiegate l’acqua di quel mare che è la nostra stessa vita; Itaca non
è un traguardo ma lo stimolo per andare avanti, un obiettivo da raggiungere ed una volta
raggiunto non resta che porsene un altro e non fermarsi mai.
Vivere intensamente ogni istante del presente è il vero segreto dell’errare di Ulisse.
E c’è una storia antica, una leggenda di marinai che ci richiama alla mente quella del
presuntuoso Ulisse dantesco che sfida divinità e natura:
è la vicenda dell’Olandese volante.
E’ l’ennesimo viaggio per mare alla ricerca di avventure e di sfide da vincere per crescere
e tornare a casa più ricchi ma che ci pone domande sui limiti della nostra conoscenza,
sull’importanza delle relazioni umane e sul confronto con la natura.
La natura si ribella agli scellerati umani che credono di poterla dominare.
La leggenda narra che l’Olandese Volante, nominata così per la velocità con cui “volava”
sulle onde marine, fosse la nave di un comandante olandese che a cavallo tra il ‘600 ed il
‘700, per conto della Compagnia delle Indie, era di ritorno ad Amsterdam dalla colonia di
Batavia (Indonesia). Dopo nemmeno un giorno di viaggio scoppiò in mare una terribile
tempesta che sollevò onde altissime e minacciò più volte di affondare la nave:
nonostante le suppliche dell’equipaggio che chiedeva di tornare indietro e attendere che
la tempesta si placasse, il comandante volle affrontare la furia del mare, sicuro che la sua
nave avrebbe resistito a qualunque calamità. La tempesta era tremenda, ma il
comandante alzò gli occhi al cielo e sfidò Dio affermando che nulla e nessuno gli
avrebbero impedito di doppiare il Capo di Buona Speranza per proseguire nel suo viaggio.
E fu dopo quelle parole scellerate che un’onda altissima si abbatté sul suo vascello,
travolgendolo e
affondandolo, ma
soprattutto
dannando lui e il
suo equipaggio.
La punizione di Dio
fu tremenda: la
nave divenne un
vascello fantasma
e con esso il
capitano e i suoi
uomini furono
condannati a
navigare in eterno
fino al giorno del
Giudizio Universale. Da quel giorno chiunque incontri l’Olandese Volante si fa il segno
della croce perché sa bene che su di esso c’è una ciurma di dannati la cui sola vista porta
sfortuna a chi naviga.
IL MARE DI WAGNER:
IL VASCELLO
FANTASMA
più conosciuto
come
L’OLANDESE
VOLANTE
La leggenda divenne popolare anche al fuori dell’ambito
marinaresco nel 1843, quando Richard Wagner compose l’opera chiamata appunto Il
vascello fantasma, più conosciuta con il nome de L’Olandese Volante, dove però allo
scellerato capitano viene data una scappatoia alla sua dannazione: può sbarcare una
volta ogni 7 anni alla ricerca di una donna disposta ad amarlo veramente e se la troverà
gli sarà concessa la pace. Una donna si sacrificherà per lui ed insieme saliranno in
paradiso.
“Il vascello fantasma” è un’ opera giovanile del musicista e librettista tedesco nella quale
cominciano a delinearsi alcuni caratteri innovativi della sua musica destinati a svilupparsi
poi nelle opere della maturità.
L’opera tradizionale italiana e francese era caratterizzata da un’alternanza fra momenti di
supremazia della musica sullo svolgimento dell’azione e momenti di sviluppo dell’azione
a scapito della musica.
La musica fino ad allora era stata concepita come autosufficiente ed autonoma rispetto
alla recitazione e all’azione e questo per Wagner era inaccettabile. L’obiettivo di Wagner
fu quello di dare vita al cosiddetto Musikdrama, cioè al dramma musicale in cui parola,
musica e azione (Wort-Ton-Drama) si fondono.
Lo spettacolo teatrale doveva essere un Gesamtkunstwerk, un’opera d’arte totale, in cui
si fondevano le diverse forme artistiche: la poesia, il dramma, la musica, la recitazione, la
danza, la scenografia, l’architettura.
Wagner elimina la struttura alternata di recitativo e aria chiusa creando un flusso
musicale ininterrotto, un continuum melodico, la melodia infinita.
Questo flusso è costituito da un continuo avvicendarsi di brevi sequenze di note, i
cosiddetti Leitmotiv, ovvero temi musicali ricorrenti legati a un particolare personaggio,
sentimento, concetto, oggetto, luogo o a una situazione della vicenda che si ripetono
ogni volta che quel particolare oggetto o personaggio entra in scena o viene nominato.
Il Vascello Fantasma di Richard Wagner messo in scena al teatro dell’Opera di Melbourne
Wagner era affascinato dai miti e dalle leggende nordiche e dalla storia della Germania
medievale; il mito proponeva modelli sempre validi e attuali e attraverso il mito Wagner
voleva conferire allo spettacolo teatrale una funzione di rinnovamento sociale. I soggetti
dei suoi drammi ripropongono lo schema narrativo della “redenzione tramite l’amore”
così riassumibile: all’origine di ogni vicenda c’è lo spezzarsi di un equilibrio naturale che si
rompe a causa di un peccato commesso dall’eroe; l’eroe dovrà espiare questa colpa ma
affinché ciò avvenga sarà necessario l’intervento liberatorio di una donna che si
sacrificherà per l’uomo. Negli intenti di Wagner questa purificazione avrebbe dovuto
rigenerare il pubblico stesso.
I nuovi elementi introdotti dalla concezione teatrale wagneriana non furono solamente di
natura musicale bensì architettonici e acustici. L’aspetto acustico era per Wagner
fortemente legato a quello architettonico al punto da ideare un teatro in cui tutte le sue
idee potessero essere realizzate.
Riuscì a coronare il suo progetto grazie all’aiuto del principe Ludwig II di Baviera che
finanziò la costruzione del teatro di Bayreuth, destinato a divenire il tempio della musica
wagneriana. Dopo continui problemi finanziari che rallentano la riuscita dell’impresa nel
1876 il teatro è finalmente pronto e in quello stesso anno prende il via la prima edizione
del Festival Wagneriano, uno dei più antichi e importanti festival europei, nonostante gli
inizi poco promettenti.
Le caratteristiche fondamentali del Festpielhaus sono l’assenza di palchi laterali, la
semplicità degli arredi interni, per evitare di frapporre inutili barriere acustiche tra la
scena e il pubblico, la disposizione semicircolare della sala e la singolare “buca”,
attraverso un abbassamento del piano, dove l’orchestra viene spostata , così da renderla
invisibile agli spettatori. Questo elemento permetteva di separare l’udito dalla vista,
impedendo che l’occhio sapesse quando stava per cominciare la musica e che il pubblico
si concentrasse su ciò che avveniva sul palco e non venisse distratto dai movimenti dei
musicisti.
Il teatro di Bayreuth presenta inoltre un doppio proscenio, il che dà al pubblico
l’impressione che il palcoscenico sia più lontano di quanto non sia realmente. Il doppio
proscenio e la buca per l’orchestra creano un “golfo mistico” tra il pubblico e il
palcoscenico. Questo dona alle rappresentazioni un’aura di sogno e di magia, in linea con
la particolare concezione wagneriana del teatro musicale.
Il buio in sala doveva essere totale, contrariamente a quanto avveniva negli altri teatri
dell’epoca, dove la recita di un’opera veniva considerata per lo più come un’occasione di
svago o di intrattenimento raffinato. In questo modo il teatro perde la sua funzione
prettamente sociale, e sottolinea invece l’importanza della rappresentazione oltre a
favorire una maggiore concentrazione del pubblico.
“The Flying Dutchman” dipinto da Charles Temple (1860)
Ed ecco una delle numerose rappresentazioni pittoriche del leggendario vascello
fantasma realizzate nell’800, periodo in cui il mare è alla ribalta nelle tele degli artisti.
IL RISCATTO DEL MARE
IL MARE PROTAGONISTA NELLE TELE DEI ROMANTICI
Dopo essere apparso nelle opere pittoriche dei secoli precedenti poco e spesso come
semplice sfondo degli eventi rappresentati, il mare diventa protagonista nelle tele
ottocentesche per opera del movimento romantico.
Il Romanticismo, dalla Germania e dall’Inghilterra, si diffuse in tutta Europa tra la fine del
Settecento e la metà dell’Ottocento. Questo movimento interpretò i grandi mutamenti di
inizio Ottocento: il fallimento degli ideali della Rivoluzione francese, la Restaurazione dei
regimi, i fermenti della Rivoluzione industriale e in seguito l’impeto delle rivolte che,
come le onde del mare, travolgono le vecchie navi di legno che trasportano gli ormai
decaduti sovrani assoluti.
Trasformazioni così radicali produssero nella società europea un generale sentimento di
disorientamento. Il Romanticismo si fece interprete delle tensioni e delle inquietudini
della società, elaborando una nuova visione anticlassica e anti illuminista che
privilegiava la creatività, il sentimento, l’immaginazione e la spiritualità rispetto
all’ordine, le regole, l’equilibrio, la razionalità.
L’artista romantico non ricerca una rappresentazione fedele della natura ma
l’espressione di un sentimento, un’esternazione della propria interiorità.
La natura fu molto importante per i pittori romantici perché la sua contemplazione
scatenava in loro tanti stati d’animo che poi fissavano in modi diversi sulla tela.
Ed il mare tra tutti gli elementi naturali era il soggetto perfetto, quello che meglio
soddisfaceva i loro intenti, che maggiormente provocava sentimenti diversi e
contrastanti: nelle calme vedute portuali comunica serenità e sicurezza, illuminato dal
chiaro di luna è romantico o malinconico, in tempesta è spaventoso, terribile, ma anche
affascinante.
Il mare inoltre traduceva perfettamente quel romantico desiderio di libertà dai vincoli
sociali e quel sentimento di fuga che artisti e letterati provavano.
Il mare è caratterizzato dall’assenza di limiti, e se questo spaventava nei secoli
precedenti, nell’Ottocento romantico assume un fascino senza pari, una forza attrattiva
che nessun altro elemento naturale ha in sé.
La sfida dei Romantici fu rendere su tela questo mare che provocava in loro forti
emozioni e nello stesso tempo rispecchiava la loro anima tumultuosa e passionale con il
suo continuo movimento, la sua forma indefinita, il suo colore sempre diverso, la sua
forza devastante e la sua attraente imprevedibilità.
Questo rapporto dell’uomo con la natura è definito come senso del sublime.
Il sublime è quel sentimento contrastante che si prova quando si osserva qualcosa di
sconfinato, grandioso, inaccessibile alla comprensione umana, che allo stesso tempo
incute un senso di terrore e di attrazione, è stupore che confina con la paura, una
sensazione di meraviglia e ammirazione mista a timore, uno spavento che provoca
piacere.
Questo prova l’uomo di fronte all’immensità della natura, in particolar modo davanti alle
sue manifestazione più violente come gli incendi, le bufere e le tempeste.
Il pittore romantico dei fenomeni naturali più impetuosi fu senz’altro l’inglese Joseph
Mallord William Turner che dedicò diversi quadri alla rappresentazione della furia del
mare: tempeste, uragani e disastri naturali come i naufragi.
William Turner, Tempesta di neve, battello a vapore al largo di Harbour’s Mouth, 1842
In questa “Tempesta di neve” il disegno sembra abolito completamente, le forme hanno
perso i contorni, sono talmente sfocate che l’ambiente e gli oggetti sono quasi
irriconoscibili; il piccolo battello, in balia delle onde, si distingue appena. La tempesta è
un vortice di luci e colore che risucchia lo spettatore come l’imbarcazione. Lo stesso
Turner volle sperimentare tale esperienza, facendosi legare, all’età di settantasette anni,
all’albero maestro di una nave nel corso di una tempesta per ammirare da vicino la
sublime potenza del mare.
Lo stesso tema del naufragio è affrontato dall’altro grandissimo interprete del sublime in
pittura, il tedesco Caspar David Friedrich, ne “Il mare di ghiaccio (Il naufragio della
Speranza)” ma il suo messaggio si arricchisce di un carattere religioso perché per lui la
natura rappresentava una manifestazione di Dio e la pittura quasi una forma di preghiera
e di meditazione sui misteri dell’esistenza.
Caspar David Friederich, Il mare di ghiaccio (Il naufragio della Speranza), 1823-4
Anche dove il mare è ghiaccio dimostra la sua potenza. I margini duri e frastagliati dei
ghiacci sono dipinti in maniera talmente reale che trasmettono una sensazione di gelo, di
solitudine e di silenzio assordante. Dopo un’attenta osservazione però notiamo anche un
piccolo elemento intrappolato nel ghiaccio. Si tratta di una nave, o meglio i resti di una
nave naufragata. È un riferimento alla tragica spedizione artica di William Parry e della
sua Griper tra il 1819 e il 1820. Ma quello che importa all’artista non è tanto l’evento
storico che grande eco ebbe sui giornali dell’epoca.
Anche qui l’uomo si è trovato davanti a qualcosa di infinito e inaccessibile e dal quale è
stato attratto ma il suo tentativo di addentrarsi nel mistero è andato incontro al
fallimento. La protagonista qui è ancora la natura che ha inevitabilmente il sopravvento
sull’uomo, un uomo troppo piccolo e impotente di fronte ad una realtà pronta a
ribellarsi di fronte alle sue aspirazioni.
Il paesaggio è un’opera divina, nel quale si manifesta la potenza e l’immensità di Dio: in
questo caso il Polo Nord, luogo in cui nulla cambia, rappresenta l’eternità di Dio, la
navigazione è la continua ricerca dell’uomo di scoprire i misteri della natura ed il
naufragio simbolo della fragilità umana.
Caspar David Friederich,
Monaco in riva al mare ,
1809-10
In “Monaco in riva al
mare” ritroviamo un
paesaggio poco reale
ma molto spirituale,
con l’obiettivo di
suscitare un completo
rapimento di fronte
allo spettacolo della
natura. Un paesaggio
essenziale senza alcun
elemento in primo
piano se non la figura molto in lontananza di un monaco che sottolinea il divario tra
l’infinito della natura e il finito dell’uomo. Prevale qui un senso di mancanza e solitudine.
Gli esseri umani di Friederich sono spesso raffigurati di spalle completamente assorti
nella contemplazione del panorama che hanno davanti. Questo è di fondamentale
importanza perché chi guarda l’opera finisce per immedesimarsi con il personaggio, vede
quello che sta guardando lui e percepisce lo stesso sentimento di una vastità che lascia
senza respiro.
Caspar David Friederich, Le tre età
dell’uomo , 1834-5
E ancora imbarcazioni in viaggio
che rappresentano la vita umana
ma con un messaggio
confortante in “Le tre età
dell’uomo”, in cui su una
spiaggia desolata cinque figure
osservano altrettanti velieri,
simbolo dei cinque personaggi.
Di spalle, avvolto nel mantello,
c'è un vecchio poggiato a un
bastone verso cui si volge un
giovane uomo, fermo sulla riva
accanto a una giovane donna e a
due bambini. I critici vedono nella scena Friedrich con figli e nipoti ed il congedo del
pittore dalla sua stessa vita, assieme alla rassicurante certezza che la vita si rinnova
continuamente e ritrova le sue energie.
E neanche Théodore Géricault si sottrasse alla seduzione del mare nelle sue
manifestazioni più violente. In “La zattera della Medusa” il mare è agitato e questo
aumenta la paura dei protagonisti e lo sgomento dello spettatore; anche il vento
peggiora la situazione, spirando dalla parte opposta alla nave di salvataggio e rendendo
tutto ancora più drammatico.
Théodore Géricault, La zattera della Medusa , 1819
Gèricault rappresentò un evento drammatico realmente avvenuto al suo tempo: a
seguito del naufragio della nave francese “Medusa”, 150 persone saltarono in mare su
una zattera e solo 15 rividero la terra, dopo due settimane di disperazione e numerosi
episodi di cannibalismo, pazzia e annegamenti. L’artista scelse di rappresentare
l’avvistamento della nave di salvataggio dipingendo gli uomini secondo una composizione
a piramide in cui chi è in cima ha avvistato la nave e spera di essere salvato e chi è in
basso ha ormai abbandonato la speranza e si è rassegnato alla morte fino a chi ha la testa
completamente immersa in acqua.
Anche in questo dipinto emerge il confronto tra la piccolezza dell’Uomo e la grandezza
della Natura, che in questo caso non ha nulla di benevolo.
Ma per quanto la Natura sia grande e potente l’Uomo non perde occasione per cercare
di metterla in ginocchio…
UN MARE DI RIFIUTI
INQUINAMENTO MARINO DA PLASTICA
La plastica ha cambiato il mondo, la sua indistruttibilità, economicità e leggerezza ne
hanno favorito l’ampio uso ma una cattiva gestione, specie nella fase finale della sua vita,
sta devastando il pianeta e mettendo in crisi i suoi fragili ecosistemi, primi fra tutti
quelli marini, con conseguenze dirette anche sull’alimentazione umana.
Ogni anno circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare, causando l’85%
dell’inquinamento marino. Negli ultimi 70 anni la produzione di plastica nel mondo è
aumentata di ben 200 volte (dai 2 milioni di tonnellate del 1950 ai 400 dei giorni nostri) e
le stime recenti riportano come oggi siano presenti oltre 150 milioni di tonnellate di
plastica negli oceani e indicano che se non ci sarà un’inversione di rotta nel 2050 gli
oceani potrebbero contenere più plastica che pesci in termini di peso.
La plastica rappresenta la quasi totalità (dal 60 al 90%) dei rifiuti rinvenuti nei mari del
mondo. L’80% di tutta questa plastica proviene dalla terraferma, il 20% da fonti marine
(come pesca, acquacoltura e trasporto navale). Poiché la maggior parte delle plastiche
non si biodegrada in alcun modo, tutta quella dispersa in natura vi resterà per centinaia o
migliaia di anni. Usata in media per 4 anni, ma spesso una volta sola, la plastica rimane a
“soggiornare” in mare per periodi che vanno dai 5 anni per un filtro delle sigarette, 20
anni per una busta, 50 anni per un bicchiere e fino 600 anni per un filo da pesca. Se a
destare più clamore sono le macroplastiche, rifiuti di maggiori dimensioni provenienti da
oggetti comuni e quasi tutti monouso con un tempo di utilizzo brevissimo, come piatti e
bicchieri usa e getta, sacchetti, filtri delle sigarette, palloncini, bottiglie, tappi, o
cannucce, imballaggi e involucri dei prodotti, sono soprattutto le microplastiche,
frammenti inferiori ai 5 millimetri, ad avere gli impatti maggiori sulla vita marina.
Alcune microplastiche si formano direttamente in mare, in seguito all’erosione di
plastiche più grandi per effetto del vento e del moto ondoso e della contemporanea foto
degradazione delle stesse per opera della luce ultravioletta del sole, che scompone i
frammenti plastici in sottili filamenti che formano una specie di alone galleggiante. Altre
sono prodotte dall’industria, come i pellet (granuli di plastica trasportati, fusi e
trasformati in prodotti finiti di uso quotidiano), o nei prodotti per la cura personale come
creme esfolianti, dentifrici, shampoo (i famosi “microgranuli”) oppure sono generate
accidentalmente, per esempio, dalla polvere degli pneumatici o dall’uso e lavaggio dei
capi d’abbigliamento, pochi dei quali oramai non contengono fibre sintetiche. Oltre a
inquinare, data la loro natura non riciclabile, possono addirittura essere ingeriti o inalati
da tutti gli esseri viventi. Poiché molto leggere, vengono anche facilmente trasportate dal
vento: ciò spiega perché se ne trovano campioni abbondanti anche in alta montagna.
Tra i tanti effetti delle microplastiche quello di alterare il normale sviluppo delle specie
vegetali marine, sia perché depositandosi sui fondali rendono più difficile la penetrazione
delle sostanze nutritive e bloccano lo scambio gassoso con l’acqua sovrastante, sia
perché tendono a perdere sostanze tossiche. I contaminanti dannosi possono essere già
presenti nelle plastiche sottoforma di additivi o venire assorbiti dalle plastiche
nell’ambiente marino. Minacciano, inoltre, anche la fauna marina e terrestre: la maggior
parte dei pesci le ingoiano scambiandole per piccoli crostacei o plancton o se ne nutrono
indirettamente cibandosi di prede che a loro volta avevano mangiato plastica. Le
conseguenze dovute all’ingestione di plastica, soprattutto se di grandi dimensioni, vanno
dalla riduzione della capacità dello stomaco e quindi del senso di fame, con successiva
riduzione dell’accumulo di grasso fino a blocchi intestinali, perforazioni, lesioni e morte.
Anche animali più piccoli che si nutrono sui fondali possono essere grandi accumulatori di
microplastiche e la plastica ha raggiunto anche il mondo dell’infinitamente piccolo, lo
zooplancton (l’insieme dei piccoli organismi animali alla base della catena alimentare
marina), che si nutre involontariamente di frammenti di plastica più piccoli di 1 mm.
Gli effetti sulla salute dovuti all’esposizione umana alle microplastiche non sono però
ancora noti.
Inoltre, funi e reti da pesca abbandonate, ma anche imballaggi e buste, si aggrovigliano
intorno agli animali intrappolandoli o costringendone parti del corpo, rendendo
impossibile muoversi o alimentarsi con conseguenze quasi sempre fatali.
Ancora, alcune ricerche recenti ipotizzano un ruolo importante delle microplastiche nel
deterioramento delle barriere coralline, compresi i pericolosi fenomeni di sbiancamento.
L’impatto delle attività dell’uomo sul nostro pianeta sta letteralmente mutando il corso
dell’evoluzione del pianeta stesso, che fino alla metà del XX secolo era modellato da
forze interne, dal clima, dal Sole. Ora si aggiunge in modo talmente significativo l’azione
dell’uomo che si parla di una nuova epoca geologica: l’Antropocene, in cui la Terra è
modellata dall’uomo, della quale era addirittura si potrebbe già identificare un periodo, il
Plasticele, l’Era della Plastica. Simbolo di quanto l’uomo abbia superato ormai ogni
limite sono la creazione di vere e proprie isole di plastica, enormi accumuli di rifiuti
galleggianti detti anche “plastic vortex”, che tendono ad agglomerarsi per effetto delle
correnti marine.
Il più famoso ammasso galleggiante di rifiuti è senza dubbio il Great Pacific Garbage
Patch, conosciuto anche come Pacific Trash Vortex, formato da due Vortex minori, il
West Pacific Vortex, situato vicino le coste del Giappone, e l’ East Pacific Vortex, che si
trova tra le Hawaii e la California con una superficie che va dai 700.00 ai 10 milioni di km²
per un totale di 3 milioni di tonnellate di rifiuti.
Di queste isole se ne contano almeno altre 5 più piccole ma con il rischio che assumano le
stesse dimensioni: la North Atlantic Garbage Patch, la seconda più grande per
estensione, sfiora i 4 milioni di km²; la South Pacific Garbage Patch, grande 8 volte
l'Italia, ha una superficie che si aggira intorno ai 2,6 milioni di km²; l’Indian Ocean
Garbage Patch, si estende per oltre 2 milioni di km²; la South Atlantic Garbage Patch,
una tra le più piccole, si estende per oltre 1 milione di km²; l’ Arctic Garbage Patch, la più
piccola e di recente scoperta, le cui dimensioni esatte ancora non sono note.
Purtroppo recentemente un team di scienziati dell’Istituto francese di ricerca per lo
sfruttamento del mare (Ifremer) ha annunciato di aver individuato una di queste
inquietanti e pericolose formazioni anche nel Mar Mediterraneo, esattamente nel mar
Tirreno tra la Corsica e l’Isola d’Elba. L’accumulo in questione arriva a coprire anche una
superficie di decine di chilometri, ma le correnti presenti sono differenti da quelle
oceaniche e questi agglomerati durano pochi giorni o poche settimane per poi
disperdersi e riformarsi ciclicamente a seconda delle correnti marine.
L’Europa è il secondo maggiore produttore mondiale di plastica dopo la Cina e ad oggi dei
50/60 milioni di tonnellate di rifiuti plastici prodotti ogni anno circa la metà si trasforma
in rifiuti, andando a finire direttamente in discarica, una piccolissima percentuale viene
riciclata ed il resto è avviato al recupero energetico. Oltre a danneggiare l’ambiente,
l’inquinamento da plastica provoca danni economici ad attività come il turismo e la
pesca, in termini di riduzione delle catture, di danni alle imbarcazioni e agli attrezzi, di
minore domanda da parte dei consumatori, oltre al fatto che spiagge inquinate e sporche
scoraggiano il turismo, determinando un’importante perdita di posti di lavoro nel settore.
Il problema può essere affrontato ma richiede l’impegno e la collaborazione di tutti,
istituzioni, imprese e individui.
Nel nostro piccolo la prima cosa da fare è cambiare le nostre abitudini:
Ridurre: optare per prodotti con meno imballaggi, usare borse in stoffa per la
spesa, evitare saponi e prodotti cosmetici che contengono plastiche e prodotti usa
e getta, optare per prodotti fatti con materiale biodegradabili;
Riusare: scegliere il vuoto a rendere, conservare nel vetro al posto che nella
plastica, comprare detersivi “alla spina”;
Riciclare: selezionare i rifiuti e adottare la raccolta differenziata;
Recuperare: produrre oggetti diversi dalla loro funzione originale, inventare nuovi
utilizzi.
La strada della raccolta differenziata della plastica aiuta sicuramente ma è lungi
dall’essere risolutiva. Non tutta la plastica è riciclabile e soprattutto comprende molte
tipologie che, per avere un riciclo che funzioni, andrebbero tutte raccolte in modo
distinto e separato.
Oggi l’unico modo per ridurre l’impatto che questo materiale ha sul nostro ecosistema
è limitarne l’uso.
L’Unione Europea produce circa 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica all’anno, di cui
solo il 30% al momento è riciclabile, e di questi finiscono nel mare tra le 150 mila e le 500
mila tonnellate: sulle spiagge europee l’80-85 per cento dei rifiuti è plastica e per la
maggior parte sono prodotti usa e getta.
Le decisioni prese dai singoli stati e dalla comunità internazionale sono le uniche che
possono abbattere drasticamente l’inquinamento dei mari causato dai rifiuti plastici.
E qualche risposta dal mondo istituzionale sembra arrivare, almeno in ambito UE. Il
Parlamento Europeo ha infatti approvato una legge che vieta a partire dal 2021 la vendita
di alcuni prodotti di plastica usa e getta come posate e piatti da pic nic, cannucce
monouso, cotton fioc e bastoncini di plastica per palloncini, tutti prodotti che dovranno
essere fabbricati esclusivamente con materiali sostenibili La direttiva fissa inoltre un
obiettivo del 90% di raccolta delle bottiglie di plastica entro il 2029.
Ma la strada è tutta in salita perché la necessaria salvaguardia dell’ambiente si
accompagna a interessi economici ed industriali che non vedono di buon occhio controlli
e limitazioni.
Di questo passo i rifiuti di plastica tra decine di milioni di anni costituiranno i fossili più
comuni del nostro periodo geologico, eredità indistruttibile dell’Antropocene.
UN MARE DI TESTIMONIANZE
I FOSSILI
Con il termine fossile (dal latino fodĕre che significa scavare e sta ad indicare l’azione di
recupero utile al rinvenimento di questi reperti) si indicano i resti di organismi animali o
vegetali (fossile diretto) o di sue tracce (fossile indiretto), vissuto in epoche geologiche
passate : ossa di dinosauri, conchiglie di ammoniti, uova, insetti, denti, scaglie, piccoli
crostacei come i trilobiti, impronte di foglie o animali, tronchi d’albero, sono tutti esempi
di fossili che è possibile ritrovare.
I fossili sono reperti molto importanti, che permettono non solo di ricostruire Le forme di
vita passate ma anche la loro evoluzione e l’ambiente in cui sono vissute.
Fu il naturalista francese Georges Cuvier (1769-1832), considerato il fondatore della
scienza che si occupa dello studio dei fossili, la paleontologia (dal greco palaiós, antico
e óntos, essere), che, esaminando un numero enorme di fossili di organismi rinvenuti
nelle rocce, osservò che erano assai dissimili dagli organismi viventi, deducendone che la
Terra, un tempo, era popolata da migliaia di specie diverse dalle attuali.
I fossili giungono a noi grazie a straordinarie circostanze ambientali che riducono il
naturale processo di decomposizione. In condizioni normali, dopo la loro morte gli
organismi sono soggetti alla decomposizione a opera di microrganismi detti
decompositori, che trasformano le sostanze organiche complesse di cui sono composti in
sostanze inorganiche semplici (che vengono restituite all'ambiente).
Il processo di trasformazione di un organismo in fossile, o fossilizzazione, presuppone
condizioni particolari, che facciano sì che l'organismo, dopo la morte, sia rapidamente
seppellito da sabbia, fango a altri sedimenti e isolato dall'ambiente aereo o acquatico, in
modo da sottrarlo all'opera di agenti (fisici, chimici e biologici) che ne provocherebbero la
decomposizione.
La fossilizzazione di un organismo dopo la morte non è quindi un processo automatico
che accade per tutti i resti. Si tratta in realtà di un evento molto raro, in cui devono
verificarsi diverse condizioni.
Tutto può teoricamente fossilizzarsi in un organismo vivente, una volta morto, tuttavia,
sono soprattutto le parti dure o già mineralizzate degli esseri viventi che probabilmente
si fossilizzeranno.
Le parti molli infatti, quali i muscoli o la pelle si preservano solo in circostanze eccezionali,
mentre le parti dure mineralizzate, come i gusci o le ossa, tendono a conservarsi più
facilmente.
Essendo la fossilizzazione strettamente legata ai processi di sedimentazione, ne consegue
che essa avviene quasi esclusivamente laddove i sedimenti tendono a depositarsi, più
frequentemente quindi in ambiente marino o lacustre.
La fossilizzazione, secondo le modalità con cui avviene, permette la conservazione
diretta di alcune parti dell'organismo, la conservazione indiretta di sue tracce o
la conservazione integrale dell'organismo.
Conservazione diretta
Può avvenire attraverso processi di mineralizzazione o di carbonizzazione.
Nel processo di mineralizzazione, i sali minerali originariamente presenti nell'organismo
vengono arricchiti o sostituiti con altri sali minerali chimicamente più stabili, disciolti nelle
acque circolanti nei sedimenti dove è sepolto l'organismo.
La carbonizzazione è il processo di fossilizzazione più comune per i vegetali, dovuto
all'azione di microrganismi che vivono in assenza di ossigeno, i quali progressivamente
eliminano dai tessuti vegetali azoto, idrogeno e ossigeno e li arricchiscono in carbonio. La
carbonizzazione ha permesso la conservazione di strutture anche molto delicate, come le
foglie, di cui si può osservare l'impronta scura di carbonio rimasta in alcune rocce
sedimentarie. I grandi giacimenti di carbone fossili esistenti in natura, si sono formati
grazie a questo processo di fossilizzazione.
Conservazione indiretta
In questo caso non sono visibili direttamente parti degli organismi, ma se ne
riconoscono impronte, calchi o tracce della loro attività.
Per esempio, se una conchiglia di bivalve, un tipo di mollusco, viene sepolta da materiale
sedimentario fine, può accadere che il guscio si disciolga e lasci nel materiale
sedimentario la sua impronta. La cavità rimasta all'interno dell'impronta può essere a sua
volta riempita da altro materiale fine e costituire il calco, che riproduce le caratteristiche
esterne dell'organismo.
Conservazione integrale
Può raramente accadere che si conservi tutto l'organismo, inglobato, per esempio,
all'interno dell'ambra o del permafrost o in seguito a mummificazione naturale.
Piccoli organismi animali invertebrati, soprattutto insetti, si conservano perfettamente
integri inglobati in ambra, resina fossile solidificata prodotta da antiche conifere.
Alcuni mammut sono stati rinvenuti in Siberia con le carni ancora intatte e con il loro
folto mantello peloso, inclusi nel permafrost, strato di suolo permanentemente
ghiacciato presente in alcune zone della Terra ad alte latitudini(Siberia).
La mummificazione naturale si verifica quando i tessuti e le parti molli dell'organismo si
disseccano e si conservano senza degradarsi completamente: questo processo può
avvenire in luoghi asciutti e chiusi o ambienti desertici con climi semiaridi. Sono così
potuti pervenire a noi resti mummificati di uomini preistorici.
Reperti dalle collezioni del Museo di Paleontologia di Napoli
I fossili marini:
memoria di estinzioni passate e presagio di estinzioni future
I gusci calcarei di un’alga fossile, “‘Heterohelix Esempi di conchiglie di Lahillia (a sinistra) e Cucullaea (a
globulosa foraminifera”, un tipo di plancton della destra) analizzate in questo studio (credito: Witts et al.,
classe dei Foraminiferi. (fonte: Michael J. Henehan) 2016; Petersen et al. , 2016; Tobin, 2017)
Recenti studi hanno messo in evidenza come l’analisi di fossili marini (alghe, conchiglie di
molluschi, gusci di lumache) può darci risposte sulle passate estinzioni e su possibili
scenari futuri.
Sulla base dei dati raccolti, le due principali scuole di pensiero sulla vera causa
dell’estinzione che 65 milioni di anni fa distrusse il 75% delle specie viventi, studiosi di
Princeton con l’ipotesi del vulcanesimo da un lato, studiosi di Berkley con la tesi
dell’asteroide dall’altro, stanno continuando a scontrarsi.
Infatti, l’analisi di alcuni fossili marini se da un alto racconta la storia di un’acidificazione
talmente repentina da poter essere spiegata solo con l’impatto dell’asteroide al largo
delle coste del Messico, dall’altro dimostrano una maggiore presenza di carbonio negli
oceani ben prima dell’impatto, causata probabilmente da fenomeni vulcanici di lungo
periodo.
Un altro studio portato avanti dagli scienziati dell’Università del Michigan ha messo in
relazione ai tempi della stessa estinzione le più alte concentrazioni di mercurio
nell’ambiente ed un brusco riscaldamento degli oceani. Sorprendentemente le stesse
quantità di mercurio sono state rilevate nelle conchiglie di acqua dolce raccolte in un sito
industriale attuale. Aggiungendo a questo dato che gli odierni tassi di emissione di
carbonio fanno prevedere un aumento delle temperature talmente veloce da non
permettere l’adattamento alla maggior parte delle specie animali e vegetali, c’è da
preoccuparsi.
Fortunatamente ci sono ancora posti al mondo non contaminati dall’azione dell’uomo e
molti di questi fanno parte della Francia d’Oltremare.
LA FRANCE D’OUTRE-MER
UNE BIODIVERSITÉ RICHE
Le territoire français se compose de la métropole et des territoires d'outre-mer.
La France métropolitaine, c’est-à-dire, “l’hexagone”, désigne l'ensemble des
territoires européens de la France. Elle comprend son territoire continental et
les îles proches de l'océan Atlantique, de la Manche et de la mer Méditerranée, comme
la Corse.
La France d’outre-mer désigne l’ensemble des terres sous souveraineté française,
situées en de hors du territoire métropolitain. Ils sont des territoires hérités de l’Empire
colonial français. Ces territoires ont été peuplés en partie par la contrainte, par la traite
des Noirs, comme dans les Antilles où l’esclavage a été aboli en 1848.
Les territoires ultramarins sont répartis dans les océans Atlantique, Indien et Pacifique.
Grâce à eux la France possède le deuxiéme plus grand domaine maritime mondial
derrière les Etats-Unis. L’Outre-Mer français couvre près de 120 000 km² et compte
d’environ 3 millions d’habitants. Ce sont essentiellement des îles (seules la Guyane et la
Terre Adélie ne sont pas des îles).
Les territoires d’outre-mer n’ ont pas tous la même organisation:
Cinq d’entre eux sont organisés en départements et régions comme dans l’hexagone. Ils
ont les mêmes droits et mêmes lois qu’en métropole mais ils ont également le droit de
fixer quelques adaption de part de l’autorité locale. Ils font partie de l’Union
Européenne.
Ce sont les DROM (Départements et Régions d’Outre-Mer) : la Guyane, la Guadeloupe,
la Martinique, la Réunion et Mayotte.
D’autres territoires conservent une certaine autonomie, ils ont plus de liberté : ils
obéissent aux lois françaises mais ont aussi des lois propres.
Ce sont les COM (Collectivités d’Outre-Mer) : Wallis-et-Futuna, la Polynésie française,
Saint-Pierre et Miquelon, Saint-Martin et Saint-Barthélemy .
Il y a aussi des terres qui ont à statut particulier : la Nouvelle-Calédonie (COM sui generis
avec une grande autonomie), l'île de Clipperton (territoire inhabité propriété domaniale
de l’État), les Terres Australes et Antarctiques françaises (TAM, Territoire d’outr mer),
terres lieux d’observation scientifique où il n’y a pas d’habitans.
Dans les DROM-COM la langue officiale est le français mais sont parlées aussi des
nombreuses langues locales comme différent créoles.
Les territoires d’outre-mer sont des territoires fragiles où les populations sont soumises à
des risques divers : cyclones, séismes, éruptions volcaniques.
La plupart des territoires sont des îles tropicales avec des paysages qui ont été aménagés
par l’homme (les plantations) et transformés par diverses activités (tourisme, ports de
commerce, pêche).
La population de la France d’outre-mer est d’origine diverses: noire (descendants
d’esclaves d’Afrique), indienne, asiatique, européenne et métissée.
Les habitants des DROM-COM travaillent dans les domaines du tourisme, des services
publics (école, gendarmerie, hôpitaux, administrations) et de l’agriculture. Leur
dépendance vis-à-vis de la métropole est très forte. Les économies des territoires
ultramarins reposent sur les aides financières métropolitaines. Le niveau de vie des
DROM-COM est inférieur à celui de la France métropolitaine et le chômage est
important.
L ’outre-mer français se compose d’une palette très variée de territoires présents, depuis
les zones subarctiques à antarctiques, en passant par les zones tropicales et équatoriales.
La richesse et la diversité des régions naturelles confèrent à la France une place unique
au monde en matière de biodiversité.
Les territoires français de l'Outre-mer représentent une grande diversité d’habitats,
d’espèces animales et végétales: avec 3450 plantes et 380 animaux vertébrés uniques
au monde, l'outre-mer accueille autant d'espèces endémiques que toute l'Europe
continentale. Le milieu marin complète ce formidable palmarès avec 10 % des récifs
coralliens et lagons de la planète.
Cette Biodiversité est mise en danger, certaines espèces sont menacées. Les facteurs de
menaces sont nombreux : surpêche, chasse excessive, urbanisation, pollution par des
pesticides, défrichement, tourisme de masse.
La biodiversité de l’outre-mer français est une richesse exceptionnelle à protéger.
Le premier Parc
national
français
d'outre-mer a
été le Parc
national de la
Guadeloupe
crée en 1989.
Le territoire est
devenu
une réserve de
biosphère de
l'UNESCO en
1992.
Le PNG possède
une partie
terrestre et une
marine.
Cuore del
parco marino
della
Guadalupa è la
Riserva Cousteau, così chiamata in nome dell’ufficiale della Marina francese ed
esploratore oceanografico nonché regista di documentari marini che tanto si adoperò
per proteggere questi luoghi e farli diventare riserva protetta nazionale.
Jacques-Yves Cousteau è stato anche l’uomo che ci ha regalato le profondità del mare,
si deve infatti a lui l’ invenzione della prima attrezzatura subacquea, l’Aqua-lung.
NELLE PROFONDITA’ DEL MARE
IMMERSIONI SUBACQUEE
Con il termine immersione subacquea sportiva o “diving” si intende la pratica di
immergersi completamente nell’acqua per scendere diversi metri sotto la superficie del
mare o anche di un lago.
L’immersione subacquea attira sempre molti appassionati, anche alle prime armi. Pur
essendo un’attività ricreativa ha comunque i suoi rischi e per questo bisogna
affrontarla preparati. Innanzitutto è importante essere in buona forma fisica e saper
nuotare con sicurezza. E anche se in Italia non c’è obbligo di avere un brevetto, è
consigliabile frequentare corsi appositi per imparare teoria e tecnica per immersioni
sicure.
L’immersione in apnea è il modo più immediato per praticare attività subacquea e
consiste semplicemente nel trattenere il respiro mentre ci si immerge. Difficilmente
potrebbe protrarsi per più di un minuto e mezzo ma attraverso l’allenamento e
determinate tecniche questi tempi possono essere aumentati. Tuttavia, l’apnea è un tipo
di specialità sportiva estremamente complessa, che mira a portare corpo e mente in uno
stato di rilassamento superiore, che ha come conseguenza il massimo risparmio di
ossigeno ed il minimo affaticamento muscolare.
La forma più diffusa di immersione è quella con con autorespiratore ad aria (ARA), grazie
al quale il subacqueo può aumentare sia la profondità sia la durata della permanenza in
acqua. Il subacqueo si immerge provvisto di una bombola di dimensione variabile
contenente aria compressa.
Regole d’oro per praticare
immersioni subacquee in
totale sicurezza sono quelle
di non praticarle mai da soli e
sapere come comunicare
sott’acqua con gli appositi
gesti in modo da poter
avvisare i compagni di una
situazione di pericolo (crampi
muscolari, problemi con
l’attrezzatura, ostacoli di vario
genere) o semplicemente
confermare che l’immersione
subacquea sta procedendo bene.
È di fondamentale importanza utilizzare un’ attrezzatura in perfetto stato.
Essenzialmente, per fare un’ immersione subacquea, serve:
Muta subacquea: lo spessore della muta dipende dalle temperature
delle acque dove farete l’immersione subacquea: più basse sono, più spessa dovrà
essere la muta. Inoltre, è molto utile per proteggere il corpo da eventuali ferite ed
abrasioni durante la pratica sportiva;
Maschera subacquea, pinne e boccaglio;
Giubbotto ad assetto variabile (GAV): garantisce il galleggiamento in superficie e
permette un assetto stabile sott’acqua;
Zavorra: serve a controbilanciare la spinta positiva della muta, ed è solitamente
costituita da una cintura, fermata con un dispositivo che ne permette lo
sganciamento rapido, alla quale sono agganciati degli elementi metallici mobili;
Bombole: si tratta di un contenitore ad alta pressione di forma cilindrica preposto al
trasporto sott’acqua della riserva d’aria;
Erogatore: è il componente che permette l’immissione di aria respirabile;
Orologio subacqueo: permette monitorizzare la durata dell’immersione;
Computer subacqueo da polso: in grado di calcolare continuamente
la pressione parziale dei gas inerti nel corpo, la profondità e l’autonomia della
bombola, perciò in grado di segnalare se si sta uscendo dalla curva di sicurezza;
Coltello: per evitare il rischio di rimanere impigliati in pezzi di rete o latri ostacoli, è
una dotazione di sicurezza consigliabile specialmente in apnea;
Utili accessori sono la torcia e specifiche fotocamere per immortalare i momenti più
belli.
L’ambiente sottomarino pone il diver in condizioni ben diverse da quelle della terraferma.
In particolare, la pressione dovuta al volume d’acqua cui si è sottoposti man mano che si
scende in profondità ha vari effetti sull’organismo che possono comportare una serie di
rischi:
Pericoli per l’udito: il diver deve imparare a compensare forzatamente la
differenza di pressione altrimenti possono comparire disagio e dolore ed il rischio
è che la membrana del timpano si tenda troppo, perforandosi o addirittura
lacerandosi. La tecnica da eseguire, che prende il nome di Valsalva, è una manovra
di compensazione che consiste nel tappare le narici con le dita richiamando aria
dai polmoni;
La malattia da decompressione (Mdd) consiste nella formazione di bolle di azoto
nell’organismo. In situazioni normali l’azoto (presente nella miscela di gas della
bombola, 79% azoto e 21%ossigeno) viene normalmente espulso dal nostro
organismo depositandosi in forma liquida nel sangue e nei tessuti ma quando si
effettua una risalita, in particolare se troppo rapida, la pressione ambientale
diminuisce e può accadere che l’azoto, non più compresso, non possa essere
smaltito a buon ritmo e provochi pericolose bolle, proprio come succede quando
apriamo (e quindi togliamo pressione) una lattina di una bibita gassata, solo che
all’interno del nostro corpo. I sintomi comprendono debolezza, formicolio,
disorientamento, intorpidimento, dolore alle articolazioni e alle giunture, fino alle
più gravi difficoltà respiratorie, perdita di conoscenza e in casi estremi la morte. Il
modo migliore per prevenire la malattia da decompressione è rispettare le “tappe
di decompressione”, che consistono in soste a profondità indicate da specifiche
tabelle, in modo da smaltire l’azoto che si accumula nell’organismo in modo
corretto. Per rimuovere le bolle, il trattamento è di solito con camera iperbarica,
che permette di far disciogliere nuovamente il gas nel sangue o nei tessuti.
La sovradistensione polmonare, una vera e propria rottura dei polmoni causata
dall’espansione dell’aria nel tessuto respiratorio dovuta principalmente ad
un’emersione troppo veloce trattenendo il respiro, magari a causa di un attacco di
panico; non bisogna mai smettere di respirare.
La narcosi da azoto è un’intossicazione non pericolosa di per sé per la salute,
ma ubriaca il sub e lo rende meno capace di giudizio, più spericolato e distratto; è
sempre legata ad un non corretto smaltimento dell’azoto in profondità; In ogni
caso, per non caderne vittime, è sufficiente portarsi a una quota anche solo
lievemente meno profonda per diminuire la pressione del gas per liberarsi
istantaneamente dal pericolo narcosi
Insomma, un certo rischio c’è come in tante altre attività sportive ma questo non deve
impedire di godersi il meraviglioso mondo sommerso: l’importante è prepararsi
tecnicamente e praticamente e fare immersioni adeguate al proprio stato fisico ed alla
propria esperienza. E se le barriere coralline sono il sogno dei divers, il Paradiso in
terra, o meglio in mare, è l’Oceania.
IL MARE CHE UNISCE LE TERRE
L’OCEANIA
L’Oceania è il continente più piccolo della Terra, se si considera la superficie delle isole
che ne fanno parte, ma comprende un’area vastissima, occupata dalle acque dell’oceano
Pacifico e delimitata a ovest dall’Asia e a est dall’America.
Nota come il “continente nuovissimo” perché ultimo ad essere scoperto e occupato dagli
europei, l’Oceania, come suggerisce il nome, è molto più il mare che la bagna che le terre
che ne emergono.
Le terre emerse dell’Oceania possono essere raggruppate in tre regioni:
L’AUSTRALIA - Questa isola-continente occupa, insieme alla Tasmania, il 91% della
superficie dell’Oceania: a ovest e a sud è bagnata dall’oceano Indiano, a est dal Pacifico.
LE PICCOLE ISOLE - Sono migliaia (circa 30.000) ma formano solo l’1,3% del territorio e
vengono divise in 3 arcipelaghi: Melanesia, Micronesia, Polinesia.
LE GRANDI ISOLE - Intorno all’Australia vi sono anche grandi isole: la Nuova Zelanda
(l’Isola del Nord e l’Isola del Sud) e la Nuova Guinea.
Stati e dipendenze
L’Oceania comprende 14 Stati sovrani e numerose isole amministrate da altri Paesi
(sono possedimenti francesi la Nuova Caledonia, le isole di Wellis e Futura e la Polinesia
francese, americani sono l’isola di Guam e parte delle Samoa e delle Marianne, britannici
sono alcuni atolli e l’isola di Pitcairn). Alcuni Stati indipendenti come l’Australia, la Nuova
Zelanda, la Papua Nuova Guinea, le isole Tonga, Samoa e Salomone fanno parte del
Commonwealth delle Nazioni, organizzazione che riunisce le ex colonie britanniche. Le
isole Hawaii sono il 50° Stato federato degli Stati Uniti ma geograficamente
appartengono all’Oceania.
Climi e ambienti naturali
L’OCEANIA EQUATORIALE - Nelle terre più vicine all’Equatore (la Nuova Guinea e
l’arcipelago della Melanesia), le temperature elevate e le precipitazioni abbondanti,
distribuite lungo tutto l’arco dell’anno, alimentano rigogliose foreste pluviali.
L’OCEANIA TROPICALE - Allontanandoci dall’Equatore, le temperature restano elevate
mentre le piogge diventano stagionali. A nord dell’Equatore (Micronesia) piove
soprattutto in estate; invece a sud (Polinesia) le precipitazioni sono abbondanti in
inverno. Nel nord dell’Australia, il clima è tropicale monsonico perché le precipitazioni
sono concentrate nei mesi di febbraio e di marzo, portate dai monsoni. La vegetazione
tropicale è costituita in gran parte da palme.
L’OCEANIA TEMPERATA - Questa zona comprende le coste meridionali e orientali
dell’Australia, la Tasmania e la Nuova Zelanda, dove la piovosità è più elevata. Boschi di
eucalipti in Australia e foreste di conifere in Nuova Zelanda costituiscono la vegetazione
originaria, in gran parte distrutta per gli insediamenti umani.
L’OCEANIA ARIDA E SEMI-ARIDA - Nelle regioni interne dell’Australia le temperature
sono molto elevate e piove pochissimo, sia per la distanza dal mare sia perché le
montagne lungo il margine orientale bloccano i venti carichi di umidità provenienti dal
Pacifico. In queste regioni centrali si estendono deserti sabbiosi e rocciosi. Al margine dei
deserti la vegetazione è rada, dominata da zone di steppa: è l’ambiente della savana
australiana. La siccità è un problema gravissimo in Australia ed i cambiamenti climatici,
con la riduzione delle precipitazioni e l’aumento delle temperature, aumentano i rischi di
incendio delle zone boschive. Gli incendi boschivi in Australia nel 2019 hanno bruciato
un'area record di circa un milione di ettari.
Caratteristica degli ambienti marittimi del continente è la presenza degli atolli,
formazioni coralline ad “anello”, all’interno dei quali si estendono profonde lagune, che si
sono formate dopo il crollo o l’esplosione di un cratere sprofondato nel mare.
Una fauna e una flora unici al mondo
L’Oceania, essendosi evoluta in una situazione di radicale isolamento rispetto agli altri
continenti, ha visto svilupparsi forme di vita uniche al mondo. È originaria dell’Australia,
per esempio, la pianta dell’eucalipto, di cui esistono diverse centinaia di specie. Le foglie
di eucalipto costituiscono l’unico cibo del koala che, come il canguro, il diavolo di
Tasmania e altri, appartiene al genere dei marsupiali, quasi del tutto assenti nelle altre
parti del mondo. Altri animali molto particolari presenti in questo continente sono
l’ornitorinco, mammifero con il becco d’anatra e le zampe palmate, il kiwi, uccello
incapace di volare tipico della Nuova Zelanda.
Lungo la costa nord-orientale si allunga per 2300km la Great Barrier Reef, il più grande
banco di corallo del mondo, seguita dalla barriera corallina della Nuova Caledonia,
entrambe patrimonio dell’UNESCO con le loro migliaia specie diverse di pesci, molluschi,
coralli, meduse, balene, delfini, tartarughe e piante acquatiche.
Questi habitat sono minacciati dalle attività umane quali scarico di fertilizzanti agricoli e
pesticidi, attività di estrazione del carbone con conseguente intensificazione dei traffici
marittimi, crescente urbanizzazione e industrializzazione delle regioni costiere e
dall’aumento della temperatura dell’acqua, dovuto essenzialmente alle maggiori
immissioni di gas
serra in atmosfera.
E’ attualmente in
atto il terzo
sbiancamento
della Grande
Barriera Corallina
in soli cinque anni,
dopo quelli
registrati nel 2016
e 2017 e non è mai
stato così esteso.
La popolazione e la sua distribuzione
Con meno di 40 milioni di abitanti, l’Oceania è il continente meno popolato del pianeta
2
con una densità media molto bassa che non supera i 5 ab./km .
La distribuzione non è omogenea: le aree più popolate sono la regione costiera orientale
e sudorientale dell’Australia e le aree costiere della Nuova Zelanda e della Papua Nuova
Guinea nonché alcune piccole isole che sfiorano o superano i 400 ab/km2, come Nauru e
Tuvalu. Risultano invece praticamente spopolate altre isole più lontane nell’oceano e le
regioni desertiche dell’Australia, quelle montuose della Nuova Zelanda e le foreste di
Papua. In Australia e in Nuova Zelanda la popolazione vive per la maggior parte in città,
con un altissimo tasso di urbanizzazione (90%). In Papua Nuova Guinea e nelle isole
minori, invece, prevalgono gli insediamenti rurali.
Le città più popolose dell’Oceania sono quelle australiane. Il 60% degli Australiani vive in
cinque grandi agglomerati : Sydney, seguita da Melbourne, Brisbane, Perth e Adelaide.
Fuori dall’Australia l’unica città che supera il milione di abitanti è Auckland in Nuova
Zelanda.
Oltre l’80% della popolazione in Australia e Nuova Zelanda è di origine europea e
statunitense, costituita dai bianchi discendenti dai colonizzatori. Una minoranza
consistente è quella asiatica. Le popolazioni indigene sono minoritarie.
In Australia, prima che arrivassero gli europei, la popolazione era costituita dagli
aborigeni, che circa 50 mila anni fa arrivarono per primi dall’Indonesia. Erano popoli
nomadi di cacciatori-raccoglitori. Non conoscevano l’uso dei metalli e per cacciare
ricorrevano al boomerang, un bastone ricurvo che torna indietro se non colpisce il
bersaglio. Possedevano una ricca
cultura orale e valori spirituali basati
sulla venerazione della Terra. Essi
furono presto decimati dalle malattie
portate dagli europei e dalla violenza
esercitata nei loro confronti.
Attualmente rappresentano un’esigua
minoranza (2,5%) e in genere vivono
nelle riserve situate nelle aree
inospitali dell’interno, in condizioni di
emarginazione e povertà. La loro
speranza di vita è di 20 anni inferiore a quella dei bianchi.
In Nuova Zelanda i colonizzatori inglesi trovarono invece i maori, popolo di guerrieri che
oppose resistenza alla penetrazione inglese, tanto che nell’Ottocento diedero vita a due
vere e proprie guerre contro gli invasori. I maori costituiscono oggi una minoranza del
15%, sono abbastanza integrati e il loro idioma è lingua ufficiale. In Papua Nuova Guinea
e nelle isole minori sono maggioritarie le popolazioni originarie (melanesiani e
polinesiani).
In Australia e Nuova Zelanda l’inglese è la lingua ufficiale e la religione più diffusa è
quella cristiana (cattolica ed anglicana). Nelle altre isole le lingue ufficiali sono inglese e
francese ma non mancano lingue locali e la religione cristiana convive con antichi culti.
L’Australia, l’isola-continente
L’Australia è la parte continentale dell’Oceania anche se molti geografi sostengono che
l’Australia sia il continente vero e proprio. Preferiscono infatti considerare l’Australia un
continente piuttosto che un’isola, date le sue notevoli dimensioni, quasi 7.690.000
chilometri quadrati, che la "avvicinano" più a un altro continente come l’Europa
(10.369.034 chilometri quadrati) che non a un’isola, il fatto di possedere una propria
placca tettonica e di avere piante ed animali endemici.
L’Australia è formata dal Mainland, ossia la parte continentale o l'isola principale,
la Tasmania e altre isole minori dette Terre remote.
L'Australia, ufficialmente il Commonwealth dell'Australia, è una federazione di sei stati
nata nel 1901 dall’unione delle colonie inglesi: Australia Meridionale, Australia
Occidentale, Nuovo Galles del Sud, Queensland, Tasmania e Victoria. La sua capitale è
Canberra.
Morfologia del territorio
L’Australia – il “continente fossile”
L'Australia è definita da alcuni studiosi "continente fossile" in quanto la maggior parte
delle sue rocce si sono formate nel Precambriano(all'incirca tra i 3 miliardi e i 600 milioni
di anni fa), quando la Terra era priva di ossigeno allo stato gassoso. Queste formazioni
rocciose sono state appiattite dall'erosione degli agenti atmosferici, e formano lo Scudo
australiano, un tavolato che si estende nella parte occidentale e centrale e comprende
per lo più aree aride e desertiche (Gran Deserto Vittoria, Deserto Gibson, Gran Deserto
Sabbioso).
Nella regione orientale si innalzano i rilievi della Grande Catena Divisoria, che si allunga
per 3500 km dalla penisola di Capo York fino all’isola di Tasmania compresa.
Il Monte Kosciuszko (2.228 m) è la cima più alta del Mainland mentre il monte più alto
all'interno del territorio nazionale è il Mawson Peak (2745 m), sull'isola di Heard, nei Mari
Antartici. Dal monte Kosciusko nasce il fiume più importante, il Murray, che con il suo
affluente, il Darling, forma il principale bacino idrografico dell’Australia.
Tra lo Scudo Australiano e i rilievi orientali si estende il Grande Bacino Artesiano, una
vasta depressione ricoperta di steppe e sabbia ma ricca di acqua dolce nel sottosuolo
e dove infatti si trovano le pianure più fertili dell'Australia.
Le altre isole
Le isole della Nuova Guinea e della Nuova Zelanda hanno un’origine più recente, per cui
hanno un territorio montuoso e presentano le massime elevazioni del continente,
rispettivamente il Monte Wilhelm (4500m) e il Monte Cook (3700m), nonché vulcani
attivi e fenomeni vulcanici secondari. Le altre migliaia di isole e isolette sono per lo più di
origine vulcanica e fanno parte di quella fascia geologicamente instabile (“cintura di
fuoco”) che circonda il Pacifico.
La colonizzazione europea
Le prime spedizioni europee ebbero inizio nel XVI secolo ma solo alla fine del Settecento
le esplorazioni del navigatore inglese James Cook aprirono la strada alla colonizzazione
vera e propria per opera di Regno Unito, Germania, Francia e Stati Uniti.
Il Regno Unito inizialmente utilizzò l’Australia per deportarvi i condannati ai lavori forzati
e risolvere il problema del sovraffollamento delle prigioni. In seguito al ritrovamento di
numerosi giacimenti auriferi (metà del 1800) si verificarono grandi ondate di
immigrazione dall'Europa e furono fondate altre colonie. Dopo lo sterminio degli
aborigeni (la popolazione originaria) il territorio australiano si sviluppò come una tipica
colonia di popolamento, dove i coloni giunti dall’Europa avevano a disposizione ampi
spazi e risorse abbondanti.
Economia
Australia e Nuova Zelanda possono vantare un livello di benessere economico molto
elevato mentre gli altri Stati sono economicamente arretrati con poche colture destinate
all’esportazione e attività industriali inesistenti.
Il settore primario è moderno e produttivo. Si coltivano cereali, cotone, frutta, vite e
tabacco; fondamentale è l’allevamento ovino, che le colloca tra i maggiori produttori
mondiali di lana, tra le quali la pregiata lana merino. Abbondante anche la produzione
di carne.
Il settore secondario in Australia si basa prevalentemente sulle attività di estrazione,
lavorazione e trasformazione di risorse minerarie di cui l’Australia è ricca: bauxite, ferro,
zinco, oro, rame, carbone, petrolio. In seguito alla scoperta di giacimenti di diamanti nel
1979, l’Australia ne è divenuta il maggiore produttore mondiale. Le industrie più
sviluppate sono pertanto quelle basate sulla trasformazione delle materie prime:
industrie siderurgiche, metallurgiche, chimiche e petrolchimiche.
L’industria neozelandese privilegia i settori alimentare e tessile.
Anche il settore terziario è ben sviluppato, basato principalmente sulle esportazioni di
risorse minerarie e prodotti agricoli. Il turismo è tra i comparti che stanno facendo
registrare i dati di crescita più interessanti.
E se il mare ha unito queste terre è stato anche teatro di divisione e guerra sopra e
sotto la sua superficie.
IL MARE D’ACCIAIO
La guerra sottomarina: l'epopea degli U-BOOTE
Allo scoppio della I Guerra Mondiale tutti i paesi belligeranti avevano flotte più o meno
grandi di sottomarini (nel 1914 la Germania ne possedeva 25 contro i 76 della Francia e
gli 85 dell’Inghilterra). Utilizzati, per lo più, per ricognizioni o rapide incursioni nei porti,
questa nave da guerra - così fino al 1914 era stato considerato il sottomarino - aveva nel
siluro la propria arma dall’enorme potere distruttivo.
Fin dai primi mesi ci si rese conto dell’importanza strategica di questa nuova arma bellica
e tutte le marine vi ricorsero. Nel biennio 1915/1916 furono varati centinaia di questi
scafi. L’utilizzo dei sottomarini mise in crisi strategie di guerra secolari e trovò tutti
impreparati, a partire dagli inglesi.
Nel luglio 1915 gli Austriaci siluravano gli incrociatori italiani AMALFI e GARIBALDI,
contemporaneamente, Inglesi e Francesi grazie ai sommergibili bloccavano il commercio
turco.
Spetta però alla Germania l'impiego sistematico e massiccio dei sottomarini considerati
fondamentali per aggirare il blocco navale posto dall'Inghilterra e compensare l'inferiorità
della flotta tedesca di fronte a quella inglese.
Pochi mesi dopo lo scoppio delle ostilità, infatti, la flotta inglese era riuscita ad attuare un
blocco navale per ostacolare i rifornimenti destinati alla Germania sia di generi alimentari
sia di materie prime per la produzione di armi.
Le navi tedesche tentarono più volte di spezzare il blocco ma la superiorità navale
britannica era indiscutibile.
I tedeschi avevano
sviluppato un
sommergibile
efficiente ed
affidabile:
l'U-boot,
diminutivo di
Unterseeboot, cioè
battello
sottomarino.
La strategia della guerra sottomarina fu perciò la soluzione adottata dagli alti comandi
tedeschi per tentare di aggirare il blocco e danneggiare le navi mercantili sia dei paesi
nemici che di quelli neutrali, dirette verso i porti dei paesi dell’Intesa.
Il 3 febbraio 1915 la Germania notificò che qualsiasi nave da guerra o mercantile sorpresa
nelle acque dell'Intesa sarebbe stata affondata senza preavviso, dotandosi nel contempo
di una consistente flotta di sottomarini (arrivò a 150 nel 1916).
Il 7 maggio 1915 l’U-boot-20 affondò al largo della costa irlandese il transatlantico
Lusitania, inizialmente ancorato nel porto di New York e sospettato di trasportare armi e
viveri ai nemici dell’Intesa. Morirono circa 1200 persone che si trovavano a bordo, molte
delle quali erano nordamericane. L’episodio suscitò lo sdegno dell’opinione pubblica
statunitense contribuendo a orientarla in senso antitedesco.
In realtà l’ambasciata tedesca aveva fatto pubblicare sulla stampa statunitense un avviso
per avvertire gli americani di non imbarcarsi su quella nave, poiché qualora avesse
forzato il blocco navale attorno alle coste della Gran Bretagna, sarebbe stata affondata e
così fu. Le tremende esplosioni che si susseguirono, una volta che il transatlantico era
stato colpito dal siluro, fecero affondare la nave in 20 minuti e sembrarono confermare la
presenza di un’elevata quantità di esplosivo a bordo.
I tedeschi dichiararono che la nave stava trasportando armi, ma la Gran Bretagna e gli
Stati Uniti respinsero l'accusa. Alcuni sostengono l’idea di un complotto britannico volto
ad accelerare l’entrata in guerra degli Stati Uniti, che intervennero al fianco delle potenze
dell’Intesa solo due anni dopo. In realtà la Lusitania era tutt’altro che “civile”.
Se in una prima fase gli attacchi ai mercantili non furono frequenti e vennero
generalmente rispettate le convenzioni internazionali che prevedevano per esempio che
l’equipaggio fosse messo in salvo prima dell’affondamento, ai primi del febbraio del 1917
la Germania dichiarò che avrebbe usato i sommergibili in modo indiscriminato nel
tentativo di dare una svolta al conflitto: sarebbe stata affondata qualsiasi nave, da
guerra, commerciale o civile che fosse, qualunque fosse la bandiera e la nazionalità, che
si fosse trovata sulle rotte della Gran Bretagna. Bersaglio principale furono le navi
americane cariche di rifornimenti per gli avversari. E fu questa la vera causa dell’ingresso
in guerra degli Stati Uniti, la rinnovata battaglia sottomarina indiscriminata al solo fine di
impedire ogni rifornimento economico ai Paesi dell’Intesa e all’Inghilterra e questa
battaglia prima di tutto minacciava da vicino i commerci degli Stati Uniti che avevano
fatto del rifornimento ai Paesi dell’Intesa una delle loro principali attività.
Dopo aver affondato milioni di tonnellate di navi , nella seconda metà del 1917 il numero
delle navi colpite si ridusse in modo notevole perché i paesi dell’Intesa iniziarono a
trovare delle soluzioni: agganciarono reti metalliche alle navi per ingabbiare i siluri,
condussero ricognizioni aeree, affiancarono le navi mercantili con navi da guerra dotate
di quantitativi di esplosivo mai visti prima, incrementarono la costruzione di navi e
soprattutto usarono potentissime bombe di profondità; per bloccare gli attacchi ai porti e
la stessa via d’uscita dalle basi navali tedesche anche le mine galleggianti furono una
soluzione di successo.
Tuttavia benché la guerra sottomarina si fosse rivelata per la Germania un'arma efficace,
le ricadute politiche che tale scelta ebbe, produssero una svolta a favore dell'Intesa con
l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto.
Il loro intervento diretto fu provvidenziale per i Paesi della Triplice Intesa.
Gli Stati Uniti apportarono nuove dotazioni belliche, un congruo numero di soldati e
soprattutto forze fresche. Si pensi che i soldati europei di entrambi gli schieramenti erano
impegnati in una guerra di logoramento nelle trincee da ormai tre anni. La fame, il
freddo, malattie ed epidemie avevano decimato ed indebolito notevolmente gli eserciti,
oltre che minato lo spirito.
UNDERSEA SONGS
YELLOW SUBMARINE & OCTOPUS’S GARDEN
by THE BEATLES
And after talking about
the sea, the weaves, the
sailors, the colorful coral
reef, the war, the Great
Britain and above all the
submarines I can’t not talk
about a song by Beatles
that reminds of all of this:
Yellow Submarine.
This song was written by
Paul McCartney and John
Lennon for Ringo Starr’s voice in 1966. Although intended as a nonsense song for
children it has received various social and political interpretations and has been used by
some peace movements as a symbol of
social harmony and non violence.
The yellow submarine is the place where
the band live together peacefully and many
friends are aboard or live in other yellow
submarines. There is a party atmosphere
and everyone has all he need.
The song inspired an animated film with the
same name. The movie is set in
"Pepperland", an undersea country filled
with happiness, music and kindness. The
"Blue Meanies", who hate anything that is
positive, invade Pepperland, strip it of color
and music and make the country grey,
silent and sad. The Beatles help to bring
music back to the country and to defeat the
Blue Meanies. They invite them to live
together and the Meanies change their way of life to make Pepperland a happy and
peaceful place again.
I’d like to live in a yellow
submarine but I’d like to be
more “under the sea in an
octopus’s garden in the shade”
and “I’d ask my friends to come
and see”, “we would be warm
below the storm in our little
hideaway beneath the waves”,
“we would sing and dance
around”, “we would shout and
swim about the coral”, “No one
there to tell us what to do”, “we would be so happy”. These words were written and sung
by Ringo Starr and became another song for children by The Beatles: “Octopus’s Garden”.
The idea for the song came to Starr when he was on a boat that belonged to the actor
Peter Sellers in Sardinia in 1968. The captain
of the boat told Starr how octopuses move
around the ocean floor collecting shells,
stones and other shiny objects to build
gardens around their caves. The musician
had temporarily withdrawn from the
recording sessions for the new album after
becoming fed up with the growing tension
in the group. This underwater tale has
become an illustrated book.
The Beatles or the Fab Four, as the Beatles were called, were the best-selling band of all
time and many consider them the best musical group on Earth. They were a British icon.
They were from Liverpool in England. The group was made up of four people, John
Lennon, rhythm guitarist and vocalist, Paul McCartney, bass guitarist and vocalist, George
Harrison, lead guitarist and vocalist and Ringo Starr, drummer and vocalist.
They were the first British band to write their own songs and music. Hundreds of
hysterical and worshipful fans followed them everywhere they performered. The media
talked of Beatlemania.
Although the second part of the 1960s was very successful and the Beatles released a
number of hit singles, including Hey Jude, Let It Be or Get Back, the members of the band
started to quarrel and pursue their own interests. In 1970 they finally broke up after 8
successful years. All of the Beatles started solo careers: John Lennon sang with his wife
Yoko Ono, Paul McCartney started a new group called the Wings. Ringo Starr and George
Harrison also began to sing alone. Sadly, in 1980 John Lennon was murdered by a
madman in New York and in 2001 George Harrison died of cancer, Paul McCartney and
Ringo Starr are still active.
IL MARE È IN TEMPESTA E GESÙ DORME SULLA BARCA
Dal Vangelo secondo Marco (4,35-41): “ In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi
discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era,
nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le
onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul
cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo
perduti? ». Si destò, minacciò il vento e disse al mare : «Taci, calmati». Il vento cessò e ci
fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E
furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui che anche il
vento ed il mare gli obbediscono?» .”
Dall’omelia del Papa in tempo di pandemia
(Piazza San Pietro, 27.03.2020):
“Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre
piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vie riempiendo tutto di un silenzio
assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente
nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti.
Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata
e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma
nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi
di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano
a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo
accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
….La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue
sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini
e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che
alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone
allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei
nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente
“salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri
anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri
“ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una
volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci:
l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce
e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a
tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati
assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi
richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo
ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo
proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora,
mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: «Svegliati Signore!».
Che crediate o meno che sarà il Signore a salvarci è così che ci siamo sentiti, come i
discepoli, impauriti e smarriti, presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata. Ci siamo
trovati tutti sulla stessa barca, tutti chiamati ad aiutarci e confortarci.
E quando saremo finalmente salvi, dopo essere riusciti a rompere tutti gli equilibri della
Natura ed aver cercato di superare tutti i limiti che la Vita ci poneva davanti, allora
bisognerà lavorare duramente per ricominciare ma in modo diverso, rispettando
l’ambiente che ci ospita e tutti gli esseri viventi che lo abitano ed io…io ripartirò da dove
tutti siamo venuti…dal mare.
“Quando si varca l’arco di ingresso al tempio dei sogni, lì, proprio lì, c’è il mare…”
(Luis Sepulveda)
Ciao Luis, sono sicuro che ora sei proprio lì. Le tue storie mi accompagnano da sempre, le
potresti scorgere nei miei temi di scuola e nelle mie riflessioni di bambino e ragazzo, i
tuoi gatti, gabbiani, topi, lumache e balene sono parte di me.